Buffon, il portiere “con le palle”

Chiariamolo subito: questo pezzo ha la pretesa grande – grandissima – di voler difendere un giocatore di calcio italiano circa 8 mesi prima dell’inizio dei Mondiali. Il giocatore in questione è Gigi Buffon, portiere della Juventus e della Nazionale. Prima che in Italia si uniscano i due sport nazionali – calcio e salita sul carro dei vincitori – proviamo a sostenere una tesi che al momento pare indifendibile e che sembra essere confutata da 4 gol presi a Firenze: Buffon è il migliore di tutti e sarà il suo carattere a dimostrarlo. Ricordiamocelo ora, prima che lo faccia venire in mente lui in Brasile il prossimo giugno.

Certo, le prestazioni del portiere toscano sono apparse in calo. Le critiche sono cominciate nella seconda metà della scorsa stagione e si sono ingrossate durante la Confederations Cup. Buffon venne accusato di essere troppo lento, di essere ormai anziano (ha 35 anni), di non essere un para-rigori. Gigi prese nota e, dopo non aver fatto la differenza dal dischetto contro la Spagna in semifinale, si riscattò con 3 rigori parati su 5 contro l’Uruguay nella “finalina”. Una bella prova di carattere, che servì anche a rinfrescare la memoria a chi aveva dimenticato la parata sul penalty di Ashley Cole nei quarti di Euro 2012, competizione al termine della quale Buffon fu inserito tra i migliori dalla Uefa. E dire che due anni prima, causa catena di infortuni alla schiena, sembrava dovesse chiudere con la maglia azzurra.

Ma ora la forza torna a mancare. Forse più nella testa che in quelle gambe, che non lo hanno sospinto abbastanza per prendere il tiro di Rossi che ha riaperto una gara che sembrava chiusa. I rigori parati all’Uruguay potevano chiudere la porta agli spifferi sull’età, la lentezza, la mente ingombra di chissà quali pensieri. Su 8 gare di campionato, Buffon ha commesso 3 errori evidenti (Lazio, Chievo e Fiorentina), ma alla fine dei conti solo quelli del “Franchi” sono costati i 3 punti alla Juve. Ma ci sono anche il gol preso da Muntari in casa e quello subìto da Drogba in Champions. E il problema si è esteso a tutta la retroguardia. Perché quando il portiere non c’è, la difesa balla: Chiellini ha fatto due errori evidenti contro Inter e Fiorentina.

Che Buffon sia uno “con le palle”, ci ha spesso tenuto a farlo sapere lui stesso. All’inizio della stagione 2000/01, quando era nel Parma, scelse il numero di maglia 88. Per lui significava avere 4 palle, il quantitativo necessario per rinascere dopo l’infortunio che gli aveva fatto saltare l’Europeo. La comunità ebraica in Italia non la prese bene, perché l’88 era il numero che durante il nazismo veniva associato al Fuhrer. Buffon virò sul 77, ma il concetto era sempre quello. E apolitico. Proprio come quel «Boia chi molla» che si scrisse a pennarello sulla casacca: gli piaceva lo slogan, era il suo modo per darsi la carica. O come quando a Cagliari, dopo una vittoria sofferta e importante, fece l’inequivocabile gesto dell’uomo che ha un coraggio grosso così, mostrando con le mai quanto fossero grandi i propri attributi. Nel suo “Italia-Germania 2-0”, Aldo Cazzullo ricorda che ogni tanto Gigi si chiude nel capanno degli attrezzi della casa di famiglia, per cantare a squarciagola «Noi vogliamo undici leoni!».

E al carattere dichiarato corrispondono i fatti. Da uno come lui, il classico “predestinato”, si sono sempre aspettati i fatti. Fin da quel 19 novembre 1995, quando esordì in Parma-Milan e parò di tutto. Non doveva nemmeno farlo, il portiere. Voleva essere un attaccante, poi fu messo tra i pali e da lì non si è più mosso. Grazie al preparatore dei portieri del Parma Ermes Fulgoni è cresciuto molto, conquistando il posto da titolare ai danni del più esperto Luca Bucci e in 6 anni vinse tutto quello che si può vincere giocando per una ex provinciale: Coppa Italia, Coppa Uefa e Supercoppa Italiana, oltre all’Europeo Under 21 in maglia azzurra. In quegli anni si guadagnò pure il soprannome di “Superman”: tutta colpa di una maglietta con la esse del supereroe indossata sotto la casacca gialloblu il giorno che – guarda un po’ – parò un rigore all’interista Ronaldo.

Poi, la Juve. Esordì male, con il Chievo. I bianconeri vinsero in rimonta, ma Gigi commise un erroraccio in presa alta. Nemmeno il tempo di chiedersi se valesse i 100 milioni passati dalle casse di Madama a quelle di Tanzi, che Buffon si caricò ancora le responsabilità di essere in una grande squadra e si rifece con gli interessi: 4 scudetti, 4 Supercoppe italiane, una finale di Champions (anche qui si difese bene dal dischetto) oltre ad accettare di difendere la porta bianconera anche in B, dopo il Mondiale. Ma nel 2004 rischiò il baratro. Immaginatevi quello che nel frattempo è diventato il miglior portiere del mondo che arriva al campo di allenamento, scende dall’auto e scopre che gli tremano le gambe. Buffon si sentì solo, impaurito. Chiuso in se stesso, lui che è sempre stato solare e sorridente. Come spesso accade, fu in realtà una richiesta d’aiuto. Di recente, ai quotidiani spagnoli, ha spiegato: «Queste cose accadono perché siamo esseri umani, può accadere ad un dipendente di una banca o di una stazione di benzina può verificarsi anche per un giocatore. E ‘stato molto importante per la fase di crescita come uomo, per maturare. E ‘stato importante per me, perché ora mi sento molto più forte e non ho paura di affrontare i periodi negativi. Queste sono cose che se riesci a sconfiggere da solo ti danno una grande forza».

La stessa forza che gli ha permesso di riprendersi alla grande, vincendo un Mondiale da protagonista: non parò alcun rigore in finale, vero, ma parò qualsiasi altra cosa. Raccontano che in ritiro, in Germania, andasse ripetendo a tutti: «Tanto non mi segnano, tanto non mi fanno gol». E non ne prese da alcun avversario, visto che Zaccardo era un suo compagno.

Per uno strano gioco del destino, dopo le ultime critiche Buffon torna in campo in Champions al Bernabeu. Lì dove un altro monumento della Nazionale come Dino Zoff si riscattò: gli avevano dato del “vecchio” 4 anni prima, quando non aveva visto i tiri da fuori degli olandesi e dei brasiliani. In un’epoca in cui i giornalisti non solo dettavano la formazione, ma pretendevano pure di essere ascoltati dal commissario tecnico, Zoff doveva essere rottamato. Come rottamato è ormai Iker Casillas: panchinaro in Liga, titolare in Champions. «I grandi campioni, nei momenti negativi, accumulano una rabbia nuova che allunga la carriera» ha detto Gigi del collega. Ma anche di se stesso.

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