La domanda di @AndreaGiunchi – Quanto conta la “Potenza di fuoco”?

Facciamo un esercizio, insieme.

E smettiamo per un attimo di parlare di giocatori, tenendo ben presente che nessuno spende milioni di Euro con l’obbiettivo unico di sperperarli. Alla fine, chi investe, lo fa per guadagnarci. In soldi, o altro.

Precisata quindi la regola aurea dello sport professionistico, proviamo a mettere in ordine di importanza, per il “calciomercato”, i seguenti fattori: “potenza di fuoco”, politica, competizioni internazionali, procuratori, scelte tecniche.

Di “potenza di fuoco” diamo la definizione di cui è autore Andrea Agnelli: con essa si intendono i soldi che un club può permettersi di spendere annualmente tra acquisti e stipendi, di giocatori e di staff tecnico/gestionale. Dare la definizione di politica, competizioni internazionali, procuratori e scelte tecniche speriamo non vi serva.

Passiamo quindi oltre, e partiamo col mettere in ordine crescente di importanza i vari fattori.

 

1. “Potenza di fuoco”. Poco da dire. Chi ha i soldi, comanda. Con buona pace del fair play finanziario, che è una sòla clamorosa. Con un paio di salti mortali in partita doppia, tanto per fare un esempio, il PSG ha chiuso il bilancio 2012 con un rosso di soli 5 milioni. Per darvi un’idea, 5 milioni di Euro è il valore di mercato di Schelotto. O lo stipendio lordo di Ibrahimovic da Capodanno a Pasqua più o meno. Praticamente un niente.

 

2. Politica. Influenza tremendamente la “Potenza di fuoco” dei club. Naturale che si piazzi quindi al 2° posto. In Italia, con Berlusconi, il legame calcio-politica è palese. Da noi lo sport è un veicolo per la popolarità e per la ribalta nazionale, con tutto ciò che ne consegue. Anche uscendo dal calcio, chi conoscerebbe Montezemolo senza le vittorie della Ferrari?

In Lega Calcio, tra petrolieri, banche, holding, grandi imprese, imprenditori dei mass media e palazzinari, siamo sicuri che parlino di pallone?

Qualcuno si sarà fatto anche due risate, pensando a Sassuolo (città di 40mila abitanti appena) in Serie A. Il “patron” dell’U.S. Sassuolo Calcio, è Giorgio Squinzi, neopresidente di Confindustria ed amministratore unico della Mapei (che fino al 2002, anno di acquisto del Sassuolo, sosteneva una delle più importanti squadre ciclistiche italiane, e che fattura un paio di miliardi). Se prima stavate ridendo, ora sarete serissimi. E credo abbiate ben inteso a cosa, e a chi, serve possedere una squadra sportiva professionistica.

Diventati serissimi, penserete che l’Italia non è l’Europa, e che magnati russi e qatarioti investono nel calcio perché non sanno come altro spendere i loro dollari/euro. I Mondiali del 2018 saranno disputati in Russia, grazie anche alla Gazprom di Abramovich (http://www.linkiesta.it/gazprom-uefa), e quelli del 2022 in Qatar. Tutto chiaro?

 

3. Procuratori. La volontà dei calciatori viene quasi sempre assecondata, in fin dei conti. Ed i legami giocatore-procuratore-proprietari sono spesso una variabile fondamentale per determinare chi-va-dove. Facciamo qualche cognome indicando anche qualche rispettivo assistito: Raiola (Pogba – che la Juventus non ha certamente preso “a 0”, ed il cui litigio con lo United abbiam ragione di pensare non fosse disinteressato), Bozzo (Mazzarri – che è andato esattamente dove voleva andare, alla faccia di “Stramaccioni? Nessun dubbio sulla sua conferma”), Mendes (Mourinho – 47 milioni di € per 4 anni al Chelsea).

 

4. Competizioni internazionali. Partecipare ad un Mondiale, o alla Champions League, consente a giocatori e club di guadagnare molto, molto di più. Ecco perché chi può garantire un posto da titolare nelle Coppe Europee, nella stagione che porta ai Mondiali, risulta più appetibile di molti altri. Juventus, Napoli, Milan, Arsenal, Atletico Madrid, Leverkusen, Schalke 04, Galatasaray e Fenerbahçe non sono destinazioni di prima fascia. Sono però comunque appetibili, almeno per quest’estate.

 

5. Scelte tecniche. Forse sono uno dei fattori meno influenti nel mercato. Principalmente perché sono solo 30, forse 35, i giocatori “unici” (e dunque insostituibili per i rispettivi allenatori) attualmente in attività. Per tutti gli altri, c’è sempre un’alternativa. Ed i sopracitati 30, difficilmente cambiano squadra. Dunque, “importano” poco.

 

 

In tutto questo schifo, cosa salva la nostra passione?

 

Con lo sport guadagna tanto solo chi vince.

E per vincere servono Neymar, Falcao e Cavani. Servono Guardiola, Mourinho e Ancelotti.

Servono piedi, testa, spettacolo e buon gioco.

E un po’ di culo.

 

 

E voi? Come la pensate?

 

@AndreaGiunchi

 

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