Back in black

Nero. Black. Noir. Schwarz. Preto. Sort. Černá. Zwart.

Quasi una squadra di calcio, ben assortita. In realtà un po’ monotona. Ma soprattutto l’incubo dell’Europa più reazionaria che ha virato molto a destra. Per fortuna c’è un’altra Europa nera… L’elenco è semplicemente come si dice “nero” in più lingue, nelle lingue di quei Paesi che a Euro 2012 si sono presentati con calciatori di colore o con legami con l’Africa. Legami che in alcuni casi sono tanto profondi quanto il mio con gli arabi. Insomma ci assomigliamo ma questo non vuol dir nulla. E allora “nero”: in italiano, inglese, francese, tedesco, portoghese, danese, ceco, olandese. Sembra Wikipedia ma in realtà è una cosa seria: all’Europeo polacco-ucraino sono passati più di venti calciatori neri, di colore, abbronzati, con eccesso di melanina, incubo delle notti di Borghezio, diversamente bianchi, afro-qualcosa, euro-africani.

Blanc, di nome e di fatto

La Francia non è una novità. D’altra parte in Benin e in Senegal “i nostri antenati i Galli” non erano proprio belli celtici, biondi, con gli occhi azzurri. La storia coloniale di quel Paese solca i campi di calcio da ottant’anni. Ed è sempre un piacere quando qualche bella anima patriottica si scandalizza e dice “ci sono troppo neri in Nazionale”. L’hanno fatto i noti progressisti Frey e Flamini (oui, non avete fatto carriera con i Bleus perché qualche nero vi ha fregato il posto…), persino Laurent Blanc – che così ha dimostrato di aver preso lezioni da Domenech su come si tiene uno spogliatoio – favoleggiava di “quote bianche” per la Nazionale. Beh, il grande spirito repubblicano e democratico francese ha fatto sì che facessero schifo bianchi, neri e caffellatte.

Evra è nato in Senegal da padre guineano e madre capoverdiana; gli altri sono nati in Francia da genitori di origini africane (Marocco per Benzema, Nasri e Rami; Ben Arfa tunisino; M’Vila congolese; Matuidi angolano; il Mali per Alou Diarra, che pure rifiutò nel 2004 la convocazione per la Coppa d’Africa). Un po’ colonialismo, un po’ immigrazione. E poi i casi limite, quasi assurdi. Cioè Steve Mandanda, nato a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo: ha tre fratelli più piccoli, anche loro portieri. Il secondogenito Parfait è nato in Francia ma è portiere della nazionale dell’ex Zaire. Nel 2008 non si sfidarono per poco in un’amichevole tra la Francia B e l’under congolese. Misteri della Fifa.

Jerome Boateng, crucco

Poi c’è la Germania. Dove la nazionale multietnica è lo specchio di un Paese con milioni di immigrati, ma dove per un Khedira o un Boateng (il “tunisino” e il “ghanese” agli ordini di Loew) osannato dai tifosi crucchi, c’è probabilmente un turco, un polacco e – perché no – un italiano, operaio, idraulico o cameriere, che non gode dello stessa stima dei tedeschi ariani e teutonici. Forse li frega la storia coloniale: avrebbero dovuto pensarci a inizio Novecento e cercare qualcuno in Burundi o in Namibia. E a proposito di terre boere, l’Olanda aveva i “marocchini” Boulahrouz e Afellay, più tutti i vari figli, anzi nipoti, del Suriname e delle altre ex colonie: De Jong, van der Wiel, Bouma, Narsingh, Willems. Delle velleità imperialiste ha approfittato nel calcio, anzi nel futebol, anche il Portogallo, ché d’altra parte l’unico attaccante buono della sua storia non sarà un caso se lo chiamavano “la perla del Mozambico”… Ma Eusebio non gioca più e stavolta si sono dovuti accontentare di Nani e Rolando, nati a Capo Verde, oppure il bestione Varela, anche lui originario di quell’arcipelago, e Bruno Alves, brasileiro e “colorato”. Quaresma non conta: lui è semplicemente un tamarro lampadato.

Le facce scure degli inglesi durante i rigori contro l’Italia

Chi se la gioca con la Francia è l’Inghilterra. Anche lì colonialismo e immigrazione hanno fatto la loro parte. E non sarà un caso se in Scozia e Galles i calciatori neri non abbondano decisamente. D’altronde il primo coloured professionista nella storia del calcio esordì nel 1889 proprio nella perfida Albione, si chiamava Arthur Wharton ed era nato in Ghana. Come di origini ghanesi è Daniel Nii Tackie Mensah Welbeck, per gli amici – e per quelli che non hanno voglia di perdere il fiato – semplicemente Danny. Ormai in Inghilterra non è una novità e così Roy Hodgson si è portato dietro anche Ashley Cole; l’altro Ashley, Young; Oxlade-Chamberlain; Lescott (bello come Ribery, ma ancora più scuro in volto); Walcott. Tutti black, tutti inglesi da generazioni.

E poi ci sono quelli che non ti aspetteresti, ma che evidentemente dovrebbero far riflettere tutti quelli convinti con “l’Europa dei popoli”: i popoli sono anche “gli altri”, quelli che arrivano qui, i figli dell’immigrazione. Così la Danimarca aveva Jores Okore, vice di Kjaer in difesa. Il centrale coi capelli d’oro e il panchinaro nato in Costa d’Avorio. Una lezione per tutte le facce di bronzo. Per finire, Theodor Gebre Selassie, terzino della Repubblica ceca. Con un nome così, può essere solo di origine etiope. Ma parla la stessa lingua di Alena Seredova.

Balotelli e Ogbonna, italiani

Come dite? Ce ne sono ancora due, di calciatori neri e/o “africani” agli Europei? Mario Balotelli e Angelo Ogbonna. Ah, quei due italiani. Uno ghanese – c’hanno provato a farlo passare per tale, persino la Uefa che si era fatta venire in mente di farlo giocare pure con il cognome dei genitori naturali (lui che nei primi anni alle giovanili dell’Inter sulle distinte era semplicemente Mario). L’altro nigeriano – ma ciociaro dentro. Non ci avevo pensato in effetti. Credevo che fossero neri anche prima dell’Europeo, casomai, ma ora che l’Italia è in finale tutti, nel Paese il cui vero sport nazionale è il salto sul carro dei vincitori, hanno scoperto la società multirazziale, e le seconde generazioni, e i nuovi italiani. Con una retorica da (trapianto malriuscito del) libro Cuore. Ma che almeno non sia Cuore nero.

Giorgio Caccamo

@giorgiocaccamo

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