Zero tituli

Certe notti c’hai qualche ferita ma nessuna amica che te la disinfetti. Al massimo, un amico che per giunta è pure milanista. Che l’Inter fosse avviata alla sua prima stagione da zero tituli dopo 7 anni, lo sapevamo. Certo, non potevamo sapere che saremmo usciti dalla Champions League per mano (pardon, per piede) di tale Brandao. Uno che c’ha un nome che fa ridere, ma vorresti solo piangere.

L’Inter è una squadra magica: è capace di venire eliminata pur vincendo una partita. Roba che nemmeno Houdinì. Ci penso stamattina, appena sveglio. Ho la bocca impastata, gli occhi cisposi e un pensiero fisso. Ieri sera, tornato dal pub popolato di intellettuali dove ho visto Inter-Marsiglia, ho deciso di farmi del male guardando l’allenatore nerazzurro Claudio Ranieri davanti ai microfoni della Rai. Mi aspettavo un uomo dimesso (nel senso: con la lettera di dimissioni in mano), pronto a chiedere scusa. E invece il tecnico sorride, elegante. Dice abbiamo avuto sfortuna. E poi, sentite un po’: “Se fossi il presidente, io il prossimo anno mi riconfermerei”.

Nel 2000, dopo che l’Olanda uscì in semifinale agli Europei contro l’Italia sbagliando quattro rigori, il ct oranje Franck Rijkaard si dimise. Mica era colpa sua, poraccio, se i suoi tiravano i rigori come io parlo il giapponese. Eppure si fece da parte. Ranieri no. E le sue colpe le ha. Non voglio stare qui a dire la mia su come l’Inter debba essere rifondata, anche se il bisogno di una ristrutturazione è sotto gli occhi di tutti. Tranne che di Ranieri, che era ancora intento ad asciugarsi le lacrime dopo la vittoria con il Chievo per rendersi conto che questa squadra non ha un gioco e il gioco lo imposta l’allenatore, mica il magazziniere o il massaggiatore.

Lo sciopero della metro mi tiene lontano dal master, dove dovrei essere ora. Ma è una bella giornata, mi sento come uno studente che fa sboccia (o sega, fate voi) e mi godo il centro di Milano in una mattinata interista post-atomica. Cerco di dimenticare Brandao e Ranieri e in fondo penso che ci sto riuscendo. In giro c’è tanta gente, per essere di mercoledì. C’è lo sciopero ma nessuno pare curarsene. Pazienza, zero tituli, ma finchè c’è questo sole…

Poi arrivo in piazza Fontana, dove i libri di storia raccontano che qualche anno fa scoppiò una bomba. Passano tre tifosi del Marsiglia. Uno indossa inspiegabilmente una maglia del Real Madrid. Incrociano il mio sguardo. Nei miei occhi vedono i gol mangiati da Milito e Sneijder e, soprattutto, quel Carneade di Brandao. Alzano il pugno in alto e mi cantano “Allez l’Om!“.

Mon Dieu. Che giornata del cavolo.

Tiro dritto, giro l’angolo e vedo un bambino con la maglia di Zanetti. Avrà 5 anni e se ne va in mezzo ai grandi impettito e fiero. E ripenso che in fondo i ragazzi ieri sera ce l’hanno messa tutta e che più di così non si poteva.

Devo ringraziare quel bambino. E questo cappuccino che ho davanti, in un bar del centro di Milano, dove i baristi nominano ridendo Brandao, ma non me ne frega più niente.

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