La guerra fa gioco

Questo il mio pezzo apparso ieri su Lettera43

La rivoluzione fa bene al calcio. E la Coppa d’Africa lo dimostra. L’edizione 2012 del più importante torneo del Continente Nero, infatti, ha visto qualificarsi alle fasi finali in Guinea Equatoriale e Gabon, Paesi che nel corso del 2011 sono stati coinvolti in insurrezioni, dalla Primavera araba alla guerra civile. Così, come in un susseguirsi tra il vecchio e il nuovo che avanza, Libia, Tunisia, Marocco e Sudan hanno strappato la qualificazione per giocarsi il titolo, mentre nazionali più blasonate, ma con governi stabili, come Camerun, Sud Africa e Nigeria, hanno fallito la qualificazione.
Unica eccezione l’Egitto: i sette volte campioni d’Africa sono rimasti fuori dal torneo, nonostante con il movimento di piazza Tahrir siano riusciti a sbarazzarsi del presidente Hosni Mubarak.
IRAQ VINCENTE NEL POST SADDAM. La rivoluzione e la guerra sembrano quindi migliorare i risultati sportivi. E c’è anche un precedente. Nel 2004, la nazionale di calcio dell’Iraq, alle prese con la guerra e l’intervento degli Usa contro Saddam Hussein aveva centrato un clamoroso quarto posto alle Olimpiadi di Atene, alle spalle dell’Italia medaglia di bronzo. Un successo che venne confermato nel 2007, quando l’Iraq conquistò per la prima volta la Coppa d’Asia.

 

 

A conferma che rivoluzione e guerre non fanno male al calcio, c’è una ricerca pubblicata da Soccer Lens. I risultati dell’indagine dimostrano infatti che i Paesi con governi più instabili nel 2011 hanno ottenuto i migliori risultati sportivi.
INCREMENTO DI VITTORIE AL 45%. Le nazioni africane coinvolte nelle rivolte hanno giocato in totale 53 partite nel 2011 con il 45% di vittorie e una media di 1,64 punti a partita. Nel 2010, le stesse nazionali hanno giocato 60 partite: la percentuale di vittorie è stata del 33%, con una media di 1,32 punti ogni match. Il caso più clamoroso è quello della Libia, che è riuscita a qualificarsi nel bel mezzo della guerra civile tra fedeli al regime di Muammar Gheddafi e ribelli. L’ultima volta che la nazionale libica era riuscita ad arrivare alle fasi finali della Coppa era il 2006, ma il torneo finì male, con la squadra eliminata al primo turno.
SUDAN ANCORA UNITO NEL CALCIO. Anche il Sudan non è stato da meno. Nonostante la guerra civile che ha portato alla nascita del nuovo Stato del Sudan del Sud, la nazionale è riuscita a qualificarsi e nell’edizione 2012 della Coppa d’Africa gioca come se la scissione del Paese non fosse mai avvenuta. Decisione che riguarda anche le Olimpiadi di Londra, grazie al presidente del comitato olimpico del Sudan Hashim Haroun che ha proposto di offrire la cittadinanza agli atleti del Sud per permettere loro di prendere parte ai Giochi inglesi con la vecchia nazionale, per «rafforzare le relazioni tra i due Paesi».
Eppure, la nazionale del Sudan del Sud esiste già e ha esordito a luglio 2011 in una amichevole contro il Tusker, club del Kenya. Alla partita ha assistito anche il presidente della Fifa Joseph Blatter, al quale spetta il compito di dare al Paese l’omologazione per poter partecipare alle competizioni internazionali.

Il Marocco vanta quattro partecipazioni al Mondiale. L’ultima volta fu nel 1998. Il risultato migliore risale al 1986, quando riuscì ad approdare agli ottavi di finale. Nel 1976 vinse invece la sua unica Coppa d’Africa e, dopo la finale persa contro la Tunisia nel 2004, i «Leoni dell’Atlante» sembravano caduti in crisi di risultati e nel 2010 avevano mancato la qualificazione. Poi sono arrivate le riforme costituzionali di Re Mohammed VI e il Marocco è tornato in Coppa.
Anche la Tunisia aveva deluso nell’edizione del 2010 del torneo continentale. Dopo la rivolta e la deposizione di Ben Alì, è però arrivata la qualificazione alla fase finale, con l’obiettivo di bissare il successo del 2004.
EGITTO ISLAMIZZATO FUORI DALLA COPPA. L’unica eccezione riguarda l’Egitto: il vincitore delle ultime tre edizioni della Coppa d’Africa non ha ottenuto il pass per giocarsi il titolo, nonostante il vento della Primavera araba abbia soffiato anche a Il Cairo. La ragione è nell’islamizzazione della squadra voluta dal commissario tecnico Hassan Shehata, fedelissimo dell’ex presidente Mubarak. L’allenatore egiziano aveva imposto infatti una regola nella selezione dei giocatori da chiamare in nazionale: «Senza la devozione, non chiamerò mai nessuno, anche se forte tecnicamente. Mi assicuro sempre che chi indossa la maglia dell’Egitto sia un bravo religioso». E i giocatori di devozione ne avevano dimostrata tanta, inchinandosi e battendo la fronte per terra dopo ogni gol. Ma nel calcio la religione non ha valore, piuttosto è la tecnica a far vincere. E in un Paese dove il 10% della popolazione è cristiana, aver identificato la nazionale con l’Islam si è rivelato un errore, costato la partecipazione alla fase finale della Coppa, sconfessando in parte i numeri di Soccer Lens. D’altronde è calcio, non aritmetica.

Alessandro Oliva

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