Viva il tricolore

A volte lo sport può diventare il biglietto da visita di un Paese. E se il Paese in questione sta provando a rinascere, un evento come una partita di calcio vinta può far aumentare i festeggiamenti per una libertà riconquistata. Come se un pallone di cuoio che gonfia la rete fosse una sorta di buon auspicio. Sembra quasi la trama di un film simile a “Fuga per la vittoria”. Anche lì c’erano i cattivi, ovvero i nazisti. E il calcio era una scusa per fuggire, lasciarsi alle spalle l’oppressione.

Nella ormai famosa Piazza Verde di Tripoli, quella dove fino a un anno fa Gheddafi celebrava la presa del potere avvenuta nel 1969, ora gli insorti si riuniscono per celebrare la caduta del regime. E con essa, nella serata di domenica 4 settembre, anche la vittoria della nuova nazionale libica. D’altronde, il grande spettacolo calcistico deve andare avanti e le qualificazioni alla Coppa d’Africa del 2012 non possono attendere. Sul campo neutro del Cairo, la Libia ha battuto 1-0 il Mozambico, rafforzando il secondo posto nel girone C. E lo ha fatto indossando per la prima volta la nuova divisa. Bianca, con la bandiera tricolore della Libia. Quella rossa, nera e verde del Regno Unito di Libia nato nel 1951 con l’indipendenza da Francia e Inghilterra e posto sotto la monarchia di Re Idris. Un simbolo che il colonnello Gheddafi, una volta salito al potere, fece mettere da parte. Al suo posto, la bandiera verde. Il colore della rivoluzione voluta dal Raìs, descritta nel Libro Verde come primo grande esperimento di Paese socialista in area araba.

Migliaia le persone che si sono incontrate per vedere la partita nel maxi schermo installato nella Piazza Verde. E al fischio finale, sono partiti i festeggiamenti con raffiche di mitra esplose in aria. Il regime è caduto, la nuova Libia già funziona, seppur su un campo di calcio. «Siamo liberi», urlano alcuni ragazzi a fine partita. Ci sono anche delle ragazze, si rivedono in giro dopo mesi costrette in casa, mentre i maschi andavano all’assalto dei lealisti. «Adesso potremo fare le feste spiaggia, come in Occidente», spiega una di loro. Alle femmine, della Coppa d’Africa interessa poco. L’importante è che anche i calciatori siano tornati a sventolare il tricolore. Le possibilità di rifarlo il prossimo anno nella Coppa d’Africa in Gabon e Guinea Equatroriale ci sono. E chissà che, in caso di vittoria, ragazzi e ragazze libiche non si ritrovino in spiaggia, a festeggiare.

Non è la prima volta che uno stato, che nei fatti non è ancora riconosciuto a tutti gli effetti, scenda in campo con una propria nazionale. Lo scorso 3 luglio la Palestina giocò contro l’Afghanistan una partita di qualificazione ai Mondiali in programma in Brasile nel 2014. Il match si disputò a Ramallah, sede dell’Autorità Nazionale Palestinese. Grazie soprattutto a Jibril Rajoub, capo della Federcalcio palestinese, che con un’intensa attività diplomatica riuscì ad ottenere l’ok da Tel Aviv. “La crescita del nostro calcio non ha a che fare solo con lo sport, ma con la costruzione di una nazione indipendente – spiegò il calciatore palestinese Murad Ismael -. Quando una nazionale straniera viene a giocare qui, significa che quel Paese riconosce l’esistenza dello Stato palestinese”.

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