Poves noi

Raccontano che un giorno Javi Poves si presentò ai dirigenti della sua squadra, lo Sporting Gijon, con una richiesta inusuale. “Evitate di darmi lo stipendio attraverso transazioni bancarie”, chiese candidamente agli sbigottiti dirigenti. “Non voglio che si speculi sul mio denaro”, si sentì in dovere di giustificare. Un’altra volta, rifiutò l’auto che il club dona a tutti i propri giocatori: “Mi sento male ad averne due. Non ne ho bisogno”. Non era cosa per lui il calcio così inteso, infarcito di soldi. Javi Poves, difensore spagnolo, si è ritirato. A soli 25 anni.

Verrebbe da fare subito un confronto con tale Francesco Giovanni Bernardone, che agli inizi del Duecento in quel di Assisi da ricco che era si spogliò delle proprie vesti (letteralmente) e tempo dopo divenne santo. Al di là del giorno di nascita (S. Francesco è del 26 settembre, Javi del 28) cosa li accomuna? Uno parlava con gli animali, l’altro con la stampa spagnola. Venendo entrambi scambiati per pazzi, o ciarlatani. Sentite lo spagnolo: “Il calcio è capitalismo ed il capitalismo è morte”, esordisce. E poi: “Non voglio stare in un sistema che si basa su ciò che guadagna la gente grazie alla morte di altri in Sudamerica, Africa o Asia“. Certo S. Francesco che ne sapeva di capitalismo, eppure ciò che Poves dice, anche se in termini scoppiettanti, è vero. Rileggetevi l’ultima frase. Come che c’entrano i morti di altri Paesi? C’entrano, c’entrano. Basti pensare solo al Mondiale di Giappone-Corea del 2002 e delle polemiche sul pallone ufficiale della competizione, il Fevernova, creato dall’Adidas. E alle polemiche sui 17 centesimi di dollaro a pallone con i quali venivano pagati gli operai (spesso bambini) che cucivano i prodotti del celebre marchio tedesco. All’epoca, ci si mise anche un senatore americano, Tom Harkin, che chiese alla nazionale Usa di non disputare partite con palloni prodotti da bambini. Le accuse contro la Fifa di ignorare la sorte dei bambini sfruttati in Cina, Pakistan e India per la produzione di palloni esistevano eccome. Se ne era occupata anche l’associazione Mani Tese. Dell’appello di Harkin, firmato da altri 33 senatori e inviato alla Fifa, non si seppe nulla. Non osiamo immaginare che ne abbia fatto il presidente Sepp Blatter.

Poves non andrà in giro a predicare la parola di Dio. Almeno per il momento, i suoi progetti sono altri. “Non so ciò che sono, so solo che non voglio prostituirmi come fa il 99% della gente. Voglio studiare all’università  e conoscere veramente il mondo: vedere quello che c’è. Sono stato in ostelli in Turchia che costavano 3 euro a notte”. Sul finale, Javi si lascia andare a un gol all’ultimo minuto, a una ‘bordata’ da fuori area che, diciamo, lo allontana un attimo dal santo patrono d’Italia. “A che mi serve guadagnare 1000 € invece di 800, se sono macchiati di sangue, se si ottengono con la sofferenza e la morte di molta gente? La fortuna di questa parte del mondo è la disgrazia del resto. Ciò che si dovrebbe fare è andare in ogni banca, bruciarla e tagliare teste”. Il tutto mentre il camerunese Samuel Eto’o, attaccante dell’Inter, starebbe per accettare un’offerta da una squadra russa pronta ad offrirgli 60 milioni di stipendio spalmati in 3 anni. Lungi da noi l’idea di fare del falso perbenismo; ma dopo la grande abbuffata degli ultimi anni, che ha portato il calcio ad essere quello ciò che è ora, forse sarebbe il momento di abbassare certe pretese. Senza bisogno di tagliare nessuna testa. Fisicamente parlando. Ci riusciremo? Gli interessi economici sono troppo alti, ma prima o poi la bolla scoppierà. Basta notare che da qualche anno a questa parte, sempre più società soprattutto di Lega pro (la vecchia serie C) faticano ad iscriversi al campionato per mancanza di soldi. Fino ad ora, il Grande Sistema banche-politica-club di primo piano tiene botta. Il rischio default è alle porte. O che ci siano nuovi Javi Poves.

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