Riconocosa?

Dal bancone del tribunale a quello di un bar. Jean-Marc Bosman, il calciatore belga che nel 1995, con la sentenza che porta il suo nome, cambiò il mondo del calcio, oggi è un alcolizzato dimenticato da tutti.

La sentenza Bosman ha davvero segnato la storia del pallone. All’inizio degli anni Novanta, Bosman gioca nel Liegi, squadra del campionato belga. Il suo contratto era scaduto e, visto il mancato rinnovo, pensava di trasferirsi al Dunquerque, in Francia. La compagine transalpina offre una contropartita in denaro non ritenuta sufficiente da quella belga, che rifiuta il trasferimento. Bosman nel frattempo resta nella sua vecchia squadra, ma fuori rosa e con lo stipendio ridotto. Il giocatore non ci sta e porta la questione alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee in Lussemburgo, denunciando una restrizione al commercio. Dopo una lunga battaglia legale, Bosman vince: le squadre europee avrebbero, fino a quel momento, violato l’articolo 39 del Trattato di Roma, che prevedeva la libera circolazione dei lavoratori all’interno della Cee. La conseguenza della sentenza è storica: i calciatori in scadenza di contratto possono trasferirsi da una squadra della Comunità Europea all’altra, liberamente.

Bosman vince, ma allo stesso tempo inizia il suo declino. Qualche anno più tardi il Charleroi lo ingaggia, offrendogli meno del minimo sindacale (l’equivalente di 750 euro attuali). Cerca altri contratti ma la risposta è sempre la stessa. “Nessuno lo diceva apertamente – spiega Bosman – ma sapevano chi ero e non volevano avere nulla a che fare con me”. Oggi Bosman ha 46 anni, è stato alcolista ed è costretto a vivere lontano dalla famiglia, l’attuale compagna Carine e i due figli Martin e Samuel. Dopo anni di silenzio ha accettato di parlare con un cronista del tabloid Sun, al quale ha spiegato quanto gli è costato combattere il sistema-calcio.

“È stata molto dura – le parole di Bosman -, perchè io sono l’unico che ne ha pagato le conseguenze. La gente che non mi conosce pensa che abbia messo da parte una fortuna, ma la verità è che un giorno dello stipendio di Wayne Rooney è più di quanto possieda oggi. I soldi del mio risarcimento – precisa – si sono volatilizzati in spese legali. Mi avevano promesso una partita-celebrazione, ma mi sono dovuto accontentare di un incontro con il Lilla davanti a duemila spettatori. Briciole”.

Dicono che, nel calcio, la riconoscenza non esiste. Che a volte è facile dimenticarsi di chi lo ha reso grande a suo modo. Che il sistema fagocita tutto. “Non chiedo nulla ai miei colleghi, sono contento per loro e orgoglioso di aver fatto in modo che non siano trattati più come schiavi. Chiedo solo che la gente sappia chi c’è dietro quella legge: un ragazzo che è diventato un alcolizzato”.

 

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