Spurs are coming to town

“Tottenham, Tottenham, Tottenham!”. Il coro arriva lontano, poi cresce mano a mano che si avvicina. Duomo, fermata rossa della metro di Milano. Le porte si aprono per far salire e scendere i passeggeri. E’ in quell’attimo che li sento arrivare dalle scale della fermata e un brivido mi percorre la schiena. “Merda, gli hooligans!”, penso in un lampo. Sono i tifosi del Tottenham e sono qui per la partita di Champions con il Milan. Ho paura che sfascino tutto. Mi ritroverò presto a cambiare idea. Non mi scorderò facilmente di quella mezzora in metro con loro.

Da quando i tifosi inglesi più violenti, gli hooligans appunto, sono stati disciplinati da una ferrea legge in casa loro, il problema si è trasferito agli altri Paesi. Quando una squadra inglese (o la nazionale di Sua Maestà) gioca all’estero, la polizia locale è sempre costretta a stare all’erta per timore di incidenti. A volte ci scappano i tafferugli, a volte il morto. Come nella semifinale di Coppa Uefa Galatasaray-Leeds, quando 2 tifosi inglesi persero la vita. Eppure, anche qui si rischia di cadere nella generalizzazione più banale. Perchè non tutti i tifosi inglesi sono hooligans, così come non tutti i lombardi sono leghisti o i tutti napoletani non vanno in giro a suonare il mandolino vestiti da Pulcinella. I tifosi inglesi sono anche quelli che da anni possono andare allo stadio con le proprie famiglie. Sono quelli che siedono in stadi che sembrano teatri, ma anzichè ascoltare in religioso silenzio accompagnano il gioco alzando e abbassando il tono della voce, una unica voce che spinge i giocatori in campo. Sono come quelli del Liverpool e del loro celebre coro: you’ll never walk alone, non camminerete mai soli.

Le porte del vagone si chiudono e in un attimo ci ritroviamo tutti stipati in pochi metri. A Lima, qualche fermata prima, ne era salito un gruppetto. Quello più grosso è ora in mezzo al vagone, più altri ai lati. Cominciano a cantare e non sembrano per nulla aggressivi. I tre-quattro gruppi diventano presto una cosa sola. In mezzo ci sono anche alcuni ragazzi con la sciarpa del Milan che stanno fermi immobili. Non si guardano nemmeno tra di loro, mentre i tifosi degli Spurs (soprannome della squadra londinese del Tottenham) cantano a squarciagola. Gli altri passeggeri li guardano tra lo stupito e l’impaurito. Anche io li guardo, ma sono totalmente rapito. Cominciano con Oh when the Spurs go marchin’ in. Proseguono con cori dedicati a singoli giocatori della loro squadra. In mezzo a loro c’è un tifoso del Milan, che sfrutta un momento di silenzio per urlare un coro in favore dei suoi. Gli inglesi lo guardano, sorridono. Poi, all’unisono, attaccano: “On your own, on your own, on your own!”. Da solo, da solo. Chi non è del Tottenham, chi non fa parte di questa community che si identifca attraverso i cori, è solo. Contiunuano a cantare, battono i pugni sul tetto del vagone per darsi il ritmo e vorrei scendere con loro e accompagnarli in curva, a cantare come un pazzo. Può succedere, quando gli Spurs are coming to town.

 

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