Adrialcol

A una settimana esatta dal suo compleanno, Adriano ne ha combinata un’altra delle sue. Tornato in Brasile ufficialmente per riposarsi e riprendersi da un infortunio alla spalla, l’attaccante della Roma è stato beccato ubriaco in macchina con alcuni amici. C’è da dire che non era lui a guidare, ma la polizia brasiliana non ha fatto altro che applicare la Lei Seca: essendosi rifiutato di sottoporsi al test dell’etilometro ha aggravato la sua posizione e, una volta riscontrato un tasso di alcool superiore al limite, è scattato il ritiro della patente. L’aspetto più triste della vicenda è che questa non è una notizia. Adriano lotta ormai da tempo con il problema dell’alcool. Un problema sorto quando giocava nell’Inter ed era considerato una delle grandi promesse del calcio mondiale.

Una delle classiche esultanze di Adriano

Un vero peccato, quindi, che Adriano utilizzi i suoi poderosi pettorali per alzare il gomito. Basta guardare quello che, sul campo, ha combinato nella prima parte della sua carriera per capire quello che il mondo del calcio sta perdendo. Adriano arriva in Italia, da perfetto sconosciuto, nell’estate del 2001. Si farà conoscere presto, prestissimo. Amichevole dell’Inter a Madrid contro il prestigioso Real. A pochi minuti dal termine, il tecnico nerazzurro Hector Cuper lo manda in campo. Entra così questo ragazzone di un metro e novanta per più di ottanta chili, che si mette a battere una punizione dal limite dell’area. Il risultato è sbalorditivo: Adriano quasi sfonda la porta. In campionato debutta alla terza giornata, contro il Venezia, segnando la rete del definitivo 2-1. In squadra è però chiuso da altri attaccanti come Vieri, Recoba, Ventola e Kallon, così viene mandato in prestito alla Fiorentina. Segna 5 gol, di cui uno al Milan. Torna all’Inter ma viene girato al Parma, dove in un anno e mezzo esplode: 23 gol in 37 partite. Nel gennaio 2004 torna all’Inter e contribuisce alla qualificazione dei nerazzurri in Coppa Campioni con il gol decisivo a Empoli nell’ultima di campionato. L’anno dopo sigla 25 gol (spettacolare quello contro l’Udinese) e vince la Coppa Italia segnando una doppietta in finale. Si guadagna il soprannome di Imperatore, per l’omonimia con il Publio Elio Traiano Adriano che governò Roma secoli fa. Fama, successo, soldi. Qualcosa comincia ad incrinarsi nella stagione successiva. Inizia bene con una tripletta alla prima giornata con il Treviso e una doppietta nel derby contro il Milan, ma nel girone di ritorno segna solo un gol. Nel campionato seguente il triste trend si conferma: solo 5 gol. L’Inter comincia a perdere fiducia in lui e il tecnico Roberto Mancini gli propone di andare in prestito in una squadra brasiliana. Lui rifiuta e l’allenatore lo mette da parte, così nel novembre 2007 decide d’accordo con il suo agente di andare a curarsi in Brasile in un istituto, per recuperare il proprio status psico-fisico.

Il declino dell'Imperatore

Adriano ha da poco perso il padre. E’ scosso, spaesato. Comincia ad attaccarsi alla bottiglia. Ha bisogno di stare vicino alla madre e al fratellino. Resta in Brasile e va in prestito al S.Paolo. Si riprende, segna un buon numero di gol e si ripresenta all’Inter. Ma per lui, ormai, l’Italia è un incubo, un vortice dal quale fatica ad uscire. Spuntano fuori delle foto che lo ritraggono ad una festa nel giardino di casa sua, fuori Milano. Sigarette, donne, alcool. Un anno dopo, emergerà la verità su quei mesi: “Dopo la morte di mio padre, curavo la depressione con l’alcol e bevevo tantissimo, soprattutto birra. All’Inter, ai tempi di Mancini, mi presentavo ogni giorno ubriaco. A casa non dormivo per paura di fare tardi all’allenamento, ma arrivavo in condizioni talmente impresentabili che mi mandavano a dormire in infermeria e ai giornalisti dicevano che avevo avuto problemi muscolari”.

Nel frattempo, l’allenatore dell’Inter è diventato Josè Mourinho. Adriano torna deciso a conquistarsi la sua fiducia. All’inizio tutto bene, poi il giocatore comincia a presentarsi in ritardo agli allenamenti. Ad aprile va in Brasile per rispondere ad una convocazione della Nazionale, ma non torna con il resto dei compagni. Di lui si perdono incredibilmente le tracce. Si scopre che è a casa della madre e che non vuole tornare più: “Per ora smetto, ho perso la felicità di giocare. Non so ancora se starò per uno, due o tre mesi senza giocare”. Nel maggio 2009 firma con il Flamengo, il club dove è cresciuto. Si riprende come l’anno prima nel S.Paolo e la Roma decide di puntare su di lui. Un paio di infortuni, prestazioni altalenanti, il ritorno in Brasile e la patente ritirata. Il suo agente lo difende, ma pare chiaro a tutti una cosa. L’Imperatore, quello che infiammava San Siro e faceva tremare le difese di tutta la serie A, può permettersi il solo lusso di essere profeta esclusivamente nella propria patria.

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