Volemose bene

Ieri l’Iran ha battuto l’Iraq. Su un campo di calcio. Nella quinta giornata della coppa d’Asia in corso in Qatar, finisce 2-1 per gli iraniani. Tifoserie a contatto senza problemi e terzo tempo in stile rugbistico poco dopo il fischio finale.
“Lo sport può davvero lanciare messaggi di fratellanza a un mondo dove i conflitti non finiscono mai”, commenta Stefano Boldrini sulla Gazzetta dello Sport. Gli atteggiamenti visti ieri in Qatar dovrebbero essere la norma. Qui lo stupore è doppio: non solo certe forme di sportività si vedono raramente, ma anche perchè tra i due Paesi ci sono stati 8 anni di guerra e oltre 2 milioni di morti. Il Qatar è riuscito a regalare una bella immagine di fair play che certo non guasta, anche in chiave dei Mondiali che qui si giocheranno nel lontano 2022. Il rischio che lo stadio diventasse, ieri, una polveriera era forte. Il calcio unisce, ma sarebbe fin troppo facile dire che spesso divide. Il problema sta nel fatto che le tifoserie nazionali riversano sulle proprie selezioni aspirazioni e rivendicazioni. Questo accade non perchè sia il calcio a fomentarle, ma perchè il pallone è uno sport troppo di massa per non sfuggire a tali logiche. Questo basterebbe, in larga parte, a spiegare perchè durante un incontro di scherma, piuttosto che a uno di tennis, gli spettatori non si picchiano selvaggiamente per una stoccata o un diritto lungolinea non concesso. Nel rugby non accade per svariati motivi, che forse sarebbero troppo lunghi da spiegare in questo post (ma potrei farlo in uno a parte).
A volte, però, è lo stesso sistema mediatico ad esasperare i toni di un match. E lo dice uno che di questo sistema vorrebbe fare parte, un giorno. Un giornalista professionista ti risponderà che lui dà alla gente ciò che la gente si aspetta. Se si affrontano due squadre di due Paesi nemici, il lettore si aspetterebbe cioè delle prime pagine ‘pompate’ al massimo, salvo restare basito di fronte al comportamento esemplare dei giocatori in campo.
In pochi ricorderanno l’amichevole giocata in California nel 2000 (1-1), ma i calciofili non scordano quell’Iran-Usa 2-1 al Mondiale di Francia ’98. Ci si attendeva una guerra nucleare in campo, ma così non fu, con tanto di foto di tutti i giocatori riuniti a centrocampo prima della partita. Qualcosa di più si rischiò nel 1999. Jugoslavia-Croazia, a Belgrado. Ultima partita di qualificazione all’Europeo di Belgio-Olanda. Chi perde non ci va. Quattro anni di guerra, un match che si sarebbe dovuto giocare il 27 marzo e poi spostato per l’inizio del bombardamento Nato di Serbia e Kosovo. La partita si gioca a fine agosto, nello stadio della Stella Rossa, nello stadio che rappresenta a pieno l’immagine che già da qualche secolo contraddistingue i Balcani: un calderone pronto ad esplodere. Il Governo jugoslavo compra 20mila biglietti per non restare in minoranza di fronte all’onda di tifosi croati. Le forze di polizia si mettono tra il campo e il pubblico. La partita comincia, poi la luce salta per 45 minuti. I giocatori croati temono che sia in atto un attacco, quelli jugoslavi li rassicurano. Torna la luce. Il serbo Mirkovic, terzino in forza alla Juve, si fa espellere dopo una brutta reazione al fallo di un avversario. La partita finisce, agli Europei ci va la Jugoslavia che vince 2-1 e saluta il pubblico con il ‘tre’, il gesto sacro degli ortodossi. La polveriera non è saltata, ben tappata, anche se a fatica, dal materiale sintetico di un pallone.

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