Tiè.

Prendete un ragazzo di 26 anni. Alto, fisico asciutto, buon portamento. Tutto sommato colto, amante della letteratura russa, inglese e della buona musica. Da qualche mese è a Milano per frequentare una rinomata scuola di giornalismo. Questo ragazzo mi assomiglia incredibilmente, ma è solo un caso.
Prendetelo e fatelo entrare in un negozio della Nike. Fategli comprare la maglietta celebrativa dell’Inter campione del Mondo. E poi chiediamoci perché lo ha fatto.

Perché è una bella maglietta? Non è malaccio. Di cotone, blu scura, ha un bel disegno davanti con un serpente che avvolge il mondo e la scritta ‘campioni del Mondo’. Descritta così, sembra un tamarrata, ma in realtà non lo è così tanto. La sobrietà della maglietta sta nel fatto che dietro non ha nessun disegno. Viene solo ripetuta la scritta che c’è davanti, in piccolo, sotto il colletto.

Perché il commesso è stato abile a vendermela? In effetti è stato bravo. Mi sto aggirando con area fintamente spaesata nel negozio, tentando di non incrociare il suo sguardo. Come la maggior parte degli uomini, odio chiedere informazioni: preferisco morire, piuttosto. Lui sfrutta la mia indecisione, si avvicina a tradimento mentre guardo delle felpe. Mi tocca capitolare e chiedere il prezzo della maglietta. Gentilissimo, mi procura una L e mi accompagna in camerino. Dopo averla provata, mi scorta alla cassa e butta lì la classica frase. “Chissà se lo vinciamo anche quest’anno il campionato…”. Insomma, arrivo alla cassa che siamo già amici ed esco dal negozio contento.

Perché credo fortemente nel valore di questo trofeo? Insomma. Un conto è vincere la Champions’. Ma questo Mondiale, vinto contro una squadretta africana e in un clima di feroce smantellamento anti-Benitez, personalmente non mi ha esaltato più di tanto. Non è mica falsa modestia. Sono contento, ho scritto ‘campioni del mondo’ su Facebook. Poi basta.

Lo sfottò di chi ha vinto un trofeo a uno che è rimasto a bocca asciutta è una delle basi del tifo italiano. Certo, anche negli altri Paesi che vivono di pane e calcio è prassi comune, ma non come in Italia. Così come siamo abilissimi nel fare di uno sport dove 22 persone in braghe corte inseguono un pallone un affaire nazionale. Abbiamo persino 3 giornali sportivi che fanno da cassa di risonanza; così come i giornali generalisti fanno da altoparlante ad un altro grande teatrino: quelllo della politica. Si, si inscena un teatrino fatto di dispetti, scaramucce, voglia di primeggiare ad ogni costo. Calcio e politica qui hanno innumerevoli punti di contatto. Uno su tutti: allenatori, giocatori, tifosi e politici non perdono mai. Nelle elezioni così come nei derby.
Fare il tifoso significa restare disperatamente aggrappati alla nostra parte fanciullesca. La maglietta l’ho comprata perché, anche se mi frega poco, io sono campione del mondo. E molti altri no. Gne gne gnè.

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