L’infallibile metodo-Fifa: tutti colpevoli, tutti assolti

Tutti colpevoli, tutti assolti. E chi va contro il capo, viene indagato. Quaranta pagine che si possono riassumere così. La Fifa, il governo del calcio mondiale che non è mai brillato per trasparenza, ne ha fatta un’altra delle sue. Ha indagato su sé stessa per le accuse di corruzione sull’assegnazione dei Mondiali di Russia 2018 e 2022. Ha scoperto che non era successo nulla di male. Si è quindi assolta.

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In fondo, per la Camera Arbitrale del Comitato Etico, guidata dal giudice tedesco Hans-Joachim Eckert, è stato facilissimo dimostrare la non corruttibilità della Fifa. Nel caso della Russia, il comitato organizzatore si è rifiutato di fornire l’accesso ai propri dati allo statunitense Michael Garcia, che a suo tempo era stato incaricato di indagare sui metodi della Fifa. Nel caso del Qatar, invece, l’ex capo della Federcalcio araba Bin Hamman ha sì pagato, ma per averla vinta nella corsa a numero uno della Fifa contro Blatter (che ha poi espulso il proprio avversario).

“Tutto bene” quindi. Nonostante le accuse di compravendita di voti fossero venute fuori due mesi prima dell’assegnazione ufficiale della Fifa, nel dicembre 2010. Due mesi prima, alcuni giornalisti del “Sunday Times” avvicinarono telefonicamente il nigeriano Amos Adamu, membro nigeriano del comitato esecutivo Fifa. Si erano finti imprenditori americani interessati affinché il Mondiale venisse assegnato agli Stati Uniti. Poi arrivò il turno di Michel Zen-Ruffinen, già segretario generale della Fifa, filmato mentre si offre come mediatore. Per 200mila sterline si sarebbe occupato di fornire bustarelle o donne ai membri del comitato per influenzarne il voto. Zen-Ruffinen era un pupillo di Blatter, fino a quando nel 2002 rese pubblico un documento in cui dettagliava con notevole dovizia di particolari la finanza creativa di Blatter. Un tribunale svizzero assolve Blatter, che poi fa estromettere il suo ex amico da una commissione interna della Fifa.

All’epoca della sua prima elezione, nel 1998, Blatter finì nell’occhio del ciclone per essersi comprato i voti decisivi alla sua vittoria. Sarà lui stesso, poi, a far fuori – indirettamente – altri due nemici: l’ex vice-presidente Fifa Jack Warner e il capo della confederazione asiatica Mohammed Bin Hamman, che guarda caso poi è qatariota ed è sostenuto da Warner. Due non proprio pulitissimi: Warner si fa blandire dalla lobby russa per l’assegnazione dei Mondiali 2018, ma la federazione delle Bahamas non ci sta e denuncia il tentativo di corruzione suo e di Hamman in vista della rielezione di Blatter a maggio 2010. Bin Hamman si ritira dalla corsa alla poltrona più alta della Fifa. Warner si dimette, promette vendetta e spiega ai giornali che avrebbe ricevuto offerte per 1 milione di dollari da destinare a non meglio specificati progetti di sviluppo calcistico nei caraibi, se avesse appoggiato Blatter e non Bin Hamman. Le elezioni le vince Blatter, che poi assegna il Mondiale al Qatar.

Ma torniamo ai Caraibi. Perché come visto qui la corruzione è all’ordine del giorno. Ed è qui che la Football Association, la Federcalcio inglese, ha organizzato un incontro per raccogliere quei consensi che le sarebbero serviti a porsi come alternativa alla Russia, nel caso la sua candidatura fosse decaduta. Dunque, nemmeno gli inventori del calcio moderno sono esenti da colpe. Così come non lo sono Spagna e Portogallo, che avrebbero utilizzato una sorta di voto di scambio con il Qatar, per avere favori futuri in caso di candidatura congiunta (da ora in poi vietate dalla stessa Fifa). E così’ come non lo è l’Australia, che per inseguire il sogno di ospitare un Mondiale ha finanziato federazioni più poveri con tangenti mascherate da progetti di sviluppo calcistico.

Ma non è tutto. Perché chi si mette contro Blatter fa una brutta fine. Lo si è visto con Warner, Bin Hamman e Zen Ruffinen. Ora, a rischiare è Harold Mayne-Nicholls, che ha guidato le commissioni Fifa incaricate di valutare le candidature mondiali incriminate. La colpa di Mayne-Micholls non è tanto legata al suo incarico, ma al fatto che nei mesi scorsi ha manifestato l’interesse a candidarsi a presidente Fifa. Il termine per presentare le candidature scadono il prossimo gennaio. Difficile che Mayne-Micholls la ufficializzi.

Real Madrid locomotiva d’Europa: 600 milioni di ricavi nel 2013/14

In un precedente post, abbiamo cercato di spiegare un fatto molto semplice. Questo: non c’è bisogno di appellarsi sempre al Fairplay Finanziario, le squadre spendono quando possono. E lo fanno grazie ai ricavi milionari e diversificati. Se provano a imbrogliare, vengono punite (vedi City e Psg, anche se il capitolo sulla leggerezza delle sanzioni andrebbe trattato a parte). 

Quindi, se il Real Madrid spende 60 milioni di euro, è perchè può. Lo dimostra il bilancio 2013/14 delle Merengues, pubblicato il 5 settembre e in attesa di approvazione da parte del consiglio direttivo del club, il prossimo 21 settembre. I ricavi totali, comprese le attività di player trading, hanno fatto registrare la cifra record di 603,9 milioni di euro. Il 10,9% in più rispetto allo scorso anno. L’utile netto è stato di 38,5 milioni di euro, il 4,4% in più rispetto all’anno precedente. In calo, rispetto allo scorso anno, l’indebitamento finanziario del 21% , che è pari a 71,5 milioni di euro. Il fatturato al netto delle plusvalenze derivanti dal calciomercato è pari a 550 milioni di euro.

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 Lo schema dimostra come il club di Florentino Perez si sia dimostrato abile ad aumentare la diversificazione dei ricavi, ovviando nella maniera migliore all’abbassamento della soglia di entrate derivanti dal Santiago Bernabeu. Mentre la proprietà lavora all’ampliamento del nuovo stadio (non senza problemi), i ricavi sono stati aumentati nei comparti marketing e amichevoli. Due ambiti legati tra loro, soprattutto quando si tratta di compiere tournée internazionali. Sarebbe bene ricordare che il Real è stata la prima squadra europea a giocare una serie di partite amichevoli in Giappone, a inizio anni Duemila, sfruttando la presenza in squadra di un giocatore letteralmente venerato a Tokyo e dintorni come David Beckham. 

Ma non è l’unico dato interessante ad emergere dal consuntivo Blanco. Il Real è una vera e propria locomotiva economica in Europa. Negli ultimi 15 anni le entrate dei campioni d’Europa sono sempre aumentate, con un trend annuale di crescita del 12%. La voce più in crescita resta quella del marketing, mentre resta stabile quella relativa ai diritti tv. Un risultato che permette al Real di essere la squadra con il più alto fatturato al mondo: superati i 400 milioni del Bayern nel 2013, dopo il Triplete. 

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 Scarica qui il bilancio del Real Madrid.

Basta aggrapparsi al Fair Play Finanziario: le big d’Europa spendono perché possono

Manchester United re del mercato, spese folli in faccia alla crisi e Psg che compra alla faccia del Fair Play Finanziario. E la regola finanziaria voluta da Platini finisce sotto accusa, criticata di eccessiva morbidezza, di non punire davvero i colpevoli e permettere loro di fare tutto ciò che vogliono. Vero, ma solo in parte.

Occorre chiarire un punto: le big d’Europa spendono perché possono. Un discorso per certi versi vecchio come il mondo, ma che ancora in Italia fatichiamo a capire in tutta la sua completezza. Siamo offuscati da una sorta d’invidia che ci impedisce di vedere al di là del nostro scarno calciomercato. Insomma. Loro spendono e  noi no, quindi loro rubano e noi siamo poveri. Falso. Loro hanno un portafoglio che noi ci sogniamo. Il tutto grazie ai mega-ricavi diversificati. Ecco che nascono così le grandi trattative che la Serie A manco la sfiorano (Falcao alla Juve: davvero credevate?). Bando ai moralismi: qui non si discute la grandezza delle cifre, ma il fatto che possano essere spese.

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Ma di che cifre parliamo? Dei 193 milioni di euro spesi dallo United, tanto per cominciare. La squadra di Luis Van Gaal, a fronte dei 41 incassati dalle cessioni, si è sbizzarrita sul mercato arrivando a spendere fino a 75 milioni solo per Di Maria (3° acquisto più costoso della storia). Il tutto è possibile grazie ai grandi proventi derivanti dagli sponsor, iscrivibili sia in questo bilancio (vedi i 57 milioni annui di Chevrolet), sia nel prossimo: i Red Devils dalla prossima stagione si metteranno in saccoccia 94 milioni a stagioni per i prossimi 10 anni grazie ad Adidas. Una cifra che permette allo United di fare mercato o di coprire i costi dell’anno precedente. Ma di questo secondo caso non ci sarà granché bisogno, perché già lo scorso maggio i ricavi del terzo trimestre avevano registrato  un aumento del 26%, toccando quota 115,5 milioni di sterline Risultati ottenuti grazie al +19% delle voce ricavi commerciali ed ai ricavi dalle sponsorizzazioni aumentati del 43,5%. E nonostante la perdita di 43 milioni di euro rispetto all’esercizio precedente, il club può vantare un fatturato che sorpassa i 400 milioni di euro. E se arriva in Champions, ecco altri 30 milioni di gettone.

E poi ci sono il Barcellona e il Real Madrid, che fatturano 500 milioni di euro e ne spendono sul mercato rispettivamente 157 e 122. Ma il Barça è stato costretto a spendere vista la chiusura delle due prossime sessioni di mercato da parte della Fifa (mentre nel frattempo si metterà in tasca i soldi della Champions), mentre i Blancos hanno venduto 375mila magliette di James Rodriguez tre giorni dopo il suo acquisto, guadagnandoci su il 30%. Una tattica, quella di puntare sull’accoppiata vincente giocatore/sponsor tecnico, già usata dalle due squadre spagnole lo scorso anno con Neymar e Bale. Occorre ricordare che il Real ha vinto la Champions (il che significa mettersi in tasca circa 80 milioni di euro) e che tutte e due le squadre stanno investendo nei propri stadi, che saranno quindi capaci di generare nuovi e maggiori introiti di quelli attuali.

Insomma, ricavi diversificati. Quelli che inseguono pure il Psg e il, uniche tra le big multate (giustamente) dal Fair Play Uefa. I Citizens si sono dati una calmata sul mercato, mentre il Psg ha preso David Luiz per 50 milioni di euro. Perché può. Non esiste infatti una regola specifica nell’ambito del Fair Play che impedisca tale spesa ai parigini. Nemmeno tra i paletti imposti al club lo scorso maggio: la differenza tra acquisti e cessioni di 60 milioni di euro vale per tutto il mercato, compreso quello di gennaio.

Basta rosicare, quindi. Anche perché da noi qualcosa si muove, vedi le somme investite da Roma e Juve. Guardacaso, due squadre che si stanno muovendo molto sul fronte merchandising e infrastrutture private.

 

A Madrid si svegliano: niente speculazioni edilizie sul nuovo Bernabeu

E dopo l’Unione Europea, anche Madrid dice no al nuovo Bernabeu. Il Tribunal Superior de Justicia di Madrid ha provvisoriamente fermato le modifiche al piano regolatore della capitale spagnola che prevedeva anche l’espansione del Santiago Bernabeu, lo stadio del Real Madrid. La decisione del giudice bloccherà, oltre ai lavori per lo stadio anche la costruzione di un centro commerciale nell’area. È stata dunque accolta la richiesta dell’associazione ecologista Aedenat, che aveva sollecitato il veto da parte della giustizia spagnola.

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Il rendering del nuovo Bernabeu

La decisione del Tribunal arriva dopo oltre un anno dall’apertura dell’indagine preliminare da parte della Ue. Ad essere nel mirino è l’accordo del 1996 tra i Blancos e il comune di Madrid, stipulato per lo sfruttamento dei terreni attorno allo stadio Santiago Bernabeu per la costruzione di un centro commerciale e un albergo. In particolare, il Comune avrebbe “largamente sovrastimato” il valore dei terreni di Las Tablas quando , nel 2011, decise di rientrarne in possesso. I terreni nel 1998 vennero valutati 421.000 euro, ma tredici anni dopo il valore è stato stimato in 22,7 milioni di euro. Un vero e proprio aiuto di stato, sebbene mascherato, e maturato in un Paese in pieno default. Una situazione in cui la crisi generale (la disoccupazione è al 26%, giusto per fare un esempio) si accompagna a quella del fùtbol. La Liga spagnola ha debiti per 3,6 miliardi di euro, equamente divisi tra banche e sponsor. Il solo Real ne ha per 241 milioni a lungo termine, di cui 118 con le banche.

A Madrid, la lievitazione del valore del terreno lo spiegano così: “La valutazione di tutte le proprietà sono aumentati causa del lasso di tempo tra la valutazione diversa che in alcuni casi supera i 10 anni, il grado di evoluzione del processo di sviluppo urbano e l’evoluzione dei prezzi degli immobili”. Insomma, una vera e propria speculazione edilizia di cui Perez si è reso già protagonista a fine anni Novanta, quando vendette la storica ‘Ciudad Deportiva’ del Real, a nord di Madrid, grazie ad un abile scambio: il Comune cedette a Perez 120 ettari di terreno pubblico nella zona madrilena di Valdebebas (dove ora c’è il nuovo centro d’allenamento della squadra), in cambio di 4 grattacieli edificati nel luogo della Ciudad. Tre di essi costruiti dalla Acs, società di Perez. Valore dello scambio: 470 milioni di euro.

Quello degli aiuti di stato sembrerebbe essere un vero e proprio vizietto spagnolo. Nel 2009 la Generalitat, ovvero la regione di Valencia, erogò prestiti per 118 milioni alla squadra locale, oltre che ai club dell’Hercules e dell’Elche, perché non in grado di pagare i debiti alle banche, tra cui il colosso Bankia. A seguito dell’indagine promossa da Almunia, un tribunale valenciano ha annullato i prestiti, decretando che la stessa Bankia diventasse azionista di maggioranza del Valencia. Una situazione che ha portato alle dimissioni, il 5 aprile 2013, del presidente del club Manuel Llorente, dopo che la Fundaciòn Valencia (controllata per il 70% dalla Generalitat) ha nominato 11 nuovi dirigenti e di fatto lo ha accantonato.

Il Comune di Madrid ricorrerà in appello alla decisione del Tribunal Superior de Justicia di sospendere a scopo precauzionale i lavori allo stadio Santiago Bernabeu. “La causa del procedimento avviato dall’Unione Europea non ha nulla a che vedere con la modifica del piano regolatore”, assicurano le autorità madrilene. Dal Tribunal risulta però una connessione diretta tra le investigazioni della Ue e i lavori del Comune.

Tra New York e la Disney, il brand positioning della Roma negli Usa

Domenica 27 luglio è uscito su Linkiesta un mio pezzo sul nuovo stadio della Roma, nel quale provo a spiegare che è sbagliato definirlo “di proprietà” del club giallorosso. I veri proprietari saranno l’azionista di maggioranza della Roma, il manager italo-americano James Pallotta, e la società Eurnova del costruttore romano Luca Parnasi, proprietario dei terreni dove sorgerà l’impianto.

Il progetto del nuovo stadio è ora fermo in Campidoglio, sede del Comune capitolino. L’Amministrazione locale vuole vederci chiaro su alcuni punti, a cominciare dalla realizzazione delle opere pubbliche attorno allo stadio (come il raccordo alla metro), oltre al più generale interesse della nuova struttura per la collettività. In mezzo, balla la contemporanea realizzazione di un business park ad opera dello stesso Parnasi, con il contorno di accuse di speculazione edilizia e di violazione delle norme ambientali mosse da Legambiente; oltre alle lotte di potere con gli altri grandi costruttori romani, Caltagirone in primis.

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Ieri, in collegamento telefonico con la radio romana Centro Suono Sport, mi è stato chiesto se lo stadio si farà nonostante l’elenco di problemi di cui sopra. Ho risposto di sì; e non solo perché il sindaco Ignazio Marino ha presentato a marzo il plastico del progetto in pompa magna e ora non può perderci la faccia. C’è una motivazione più grande e riguarda, ovviamente, il lato economico. In particolare, parliamo del cosiddetto brand positioning, ovvero il posizionamento del marchio Roma in un determinato mercato, quello Usa.

Il contratto con la Nike

La Roma, come detto, non sarà proprietaria del nuovo stadio. Perché James Pallotta ha optato per una soluzione del genere? Prima di tutto, per non far gravare sulle casse della Roma parte dei 340 milioni di euro necessari alla realizzazione dello stadio. Casse che beneficeranno comunque del nuovo accordo con la Nike, sottoscritto anche grazie all’impegno nella costruzione della nuova casa giallorossa. Di base, il “baffo” verserà alla Roma 4 milioni a stagione per i prossimi 10 anni, con compensi incrementali legati allo stadio: nella stagione di inaugurazione, la “Maggica” incasserà 1 milioni di euro in più; oltre ai 5 milioni per ogni anno seguente.

Un nuovo ufficio a New York per i naming rights dello stadio

Che la Roma sia sensibile agli Usa, lo dimostra non solo il contratto con Nike. Attualmente, la squadra di Rudi Garcia è in tournée negli Stati Uniti per disputare la International Guinness Champions Cup. Una partecipazione che rappresenta “una parte importante di uno sforzo continuo per essere riconosciuti come un marchio negli Stati Uniti, e che fa parte dei nostri sforzi globali di sensibilizzazione”, ha spiegato l’ad giallorosso Italo Zanzi. Uno sforzo che, agli inizi di giugno, ha portato il club ad aprire un ufficio di rappresentanza a New York, in aggiunta a una partnership con una delle agenzie leader a livello mondiale, la Creative Artists Agency Sports. La CAA Sports assisterà la Roma nella ricerca dei diritti di denominazione dello stadio; ma anche nel trovare strategicamente i marchi giusti nel mercato a stelle e strisce.

L’accordo con la Disney

Negli accordi per il nuovos tadio verrà coinvolta anche la Disney Sport, con la quale la Roma ha siglato un accordo nel 2012. Una strategia volta a trovare nuovi fan giallorossi tra i giovani statunitensi, sempre più appassionati di calcio. Pardon, di soccer. Negli USa lo chiamano così e il fenomeno si sta allargando. Se una volta il calcio americano era solo per donne (vedi Mia Hamm e le soccer moms all’epoca di Clinton), ora anche la nazionale maschile sta entrando tra le squadre di livello. Gli Usa hanno conquistato i quarti di finale al Mondiale del 2002, la finale di Confederations Cup nel 2009, gli ottavi nel 2010 e nel 2014. E sono targati Nike, proprio come la Roma. I nuovi giovani tifosi della “Maggica” saranno più contenti, se la vedranno giocare in un nuovo stadio.

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Morata e il senso di superiorità della Liga

Ieri 21 luglio, al terzo allenamento, Morata si è procurato una distorsione al ginocchio. In Spagna, il sito del noto quotidiano sportivo Marca ha segnalato la notizia in maniera errata, twittando che si era fatto male al primo allenamento. Il tweet, palesemente sbagliato, mi ha fatto credere nella malafede di chi lo avesse scritto. Una malafede che resta in altri testate: Marca ha rimosso il tweet, mentre il sito del Mundo Deportivo continua a riportare la medesima notizia.

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La spiegazione è presto detta e si lega a quanto scritto dallo stesso Mundo Deportivo il 20 luglio. Sul proprio sito, la notizia del passaggio dell’attaccante spagnolo alla Juve veniva titolata così: «La Juventus descrive Morata come se fosse Van Basten». Il riferimento era al comunicato di presentazione dell’acquisto del giocatore, apparso sul sito web della società bianconera, che presentava Morata come un giocatore che ha, tra le altre cose,  «piedi raffinati e un eccezionale fiuto del gol».

Che Morata non sia Van Basten, non dovevano certo venire a dircelo gli spagnoli. Loro che, evidentemente, si sono dimenticati in fretta di Morata e delle sue notevoli prestazioni a livello giovanili. Non parliamo tanto di quanto fatto con la maglia delle Merengues, ma di quella Roja. Nel 2011, all’Europeo Under 19, Morata vince il titolo di campione d’Europa, oltre alla Scarpa d’oro nella competizione. Due anni dopo, all’Europeo Under 21, esordisce nella selezione anticamera della nazionale dei grandi segnando contro la Russia. Di gol ne farà 4 consecutivi, vincendo anche qui la classifica cannonieri oltre al titolo europeo (ahinoi contro l’Italia). Nonostante i numeri, è facilissimo scordarsi di uno così quando la squadra che lo cede può permettersi di sborsare 75 milioni di euro per uno che è stato sì capocannoniere, ma del Mondiale. Uno come James Rodriguez, in fondo, è più facile paragonarlo al “Cigno di Utrecht”.

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Così come è facile considerare, in generale, Morata un pezzo da mandare in un campionato ormai inferiore, se anche il tuo avversario diretto può permettersi di prendere per una cifra simile Luis Suarez. Il tutto grazie alla connivenza di Adidas, che sposta i propri assistiti come pedine tra una big e l’altra, guardandosi bene dallo sfiorare il fu “campionato più bello del mondo”. I soldi girano in Spagna, soprattutto tra Real e Barcellona, ormai lo abbiamo imparato bene.

In Spagna si sono così dimenticati di Morata, così come hanno fatto con le vere cifre dell’acquisto di Neymar. Così come si sono dimenticati dell’indagine voluta dal commissario europeo Almunia sulla speculazione edilizia operata dal presidente del Real, Florentino Perez. In Spagna, si sono dimenticati del fatto che il mercato è tutto in mano a loro, compreso quello dei diritti tv, che in Liga vengono sottoscritti singolarmente e non in maniera collettiva, ricoprendo così di soldi solo due città.

E così, fatalmente, in Spagna si sono dimenticati che nel frattempo il resto del futbol agonizza. Tra Primera e Segunda Division, 18 club risultano insolventi: sono 194 i giocatori che attendono il pagamento degli stipendi, per un ammontare complessivo di 22 milioni di euro (la metà di quanto prenderà James Rodriguez al Real). Un dato in aumento rispetto al 2013, quando i giocatori in attesa del salario erano 160. I club hanno tempo fino al 31 luglio per pagare, se non vogliono incappare in penalizzazioni o retrocessioni. Avrebbero potuto fare come l’Atletico Madrid, che nonostante i debiti con la Fiscalidad spagnola, nel tempo si è potuta permettere l’arrivo di Falcao grazie ai generosi prestiti (con generosi ritorni) fatti loro dai fondi d’investimento come il Doyen (ne ho scritto tempo fa su Linkiesta), grazie ai quali i Colchoneros hanno potuto nelle ultime stagioni accorciare il divario con il Real, fino alla vittoria in Liga e alla finale di Champions.

Meno male che il fondo Doyen ha messo gli occhi sulla Serie A e che nel frattempo abbiamo sistemato la battaglia sui diritti tv in Lega. Così fra qualche tempo potremo anche noi dimenticarci di quando gli spagnoli ci prendevano per i fondelli per l’arrivo di uno “scarto” come Morata.

La Meglio Juventus – Bologna-Juve, lotta continua

Antonio Conte è stato chiaro alla vigilia: “Noi al Galatasarai non ci pensiamo e contro il Bologna giocherà la migliore formazione”. Dopo la conferenza stampa del mister, Padoin ha capito subito che lui non sarebbe stato schierato, anche se dopo aver saputo che a sinistra ci sarà Peluso, si è rincuorato. “Il mister fa sempre questi scherzi, ha confidato poi ad un euforico Motta“.

 

Grande fair-play tra le squadre nonostante le polemiche dello scorso anno quando il mister Pioli si rammaricò dell’esultanza ad 1’ minuto dalla fine di Antonio Conte sotto la curva dei tifosi juventini. Nell’occasione il mister salentino, espresse il suo rammarico per l’assalto al pullman della Juve da parte di tifosi bolognesi con bastoni e non stigmatizzato dai media.

 

Molto più professionale fu il comportamento, nel novembre del ’91, di Totò Schillaci accolto con il coro ” Schillaci ruba le gomme, Schillaci ruba le gomme”. Il siculo apprezzò moltissimo la standing ovation ed al termine della partita ringraziò mandando un messaggio a Poli: “ti faccio sparare”. Per la cronaca, Schillaci non mantenne la promessa.

 

Anche durante l’epoca di Calciopoli le società mantennero rapporti commerciali: Il Presidente bolognese Gazzoni Frascara (proprietario del marchio Idrolitina) accusò Moggi di aver provocato la retrocessione del Bologna in “B”. La squadra della Juventus, da quel giorno, incominciò a bere Ferrarelle.

 

La capolista si presenta in campo dopo 6 vittorie consecutive senza subire nessun gol. L’ultima sconfitta risale a Firenze in rimonta da 0-2 a 4-2, con una tripletta di Rossi. Come lo scorso anno, dopo il patatrac interno con l’Inter, che è costata anche l’imbattibilità, la squadra è ripartita alla grande. Angelo e Alessio ha confessato che queste sconfitte sono programmate da Conte, già in estate.

 

Il Bologna si presenta in condizioni crescenti dopo i pareggi con Inter e Parma e Pioli è abbastanza fiducioso: “Faremo la nostra partita e non daremo tregua alla Juve sin dall’inizio”. Infatti, la squadra nei primi 20’ minuti la squadra non riesce a passare il centrocampo.

 

Al 13′ la Juventus, dopo un paio di sbandate rossoblù, è già avanti: Ogbonna, stranamente, indovina un lancio dalle retrovie per Marchisio. Il principino supera il portiere ma Garics salva sulla linea. Lo stesso Marchisio recupera la palla e Vidal la fa girare fino a Peluso. Dribbling di tacco e cross lungo di destro nuovamente su Vidal che freddamente fa secco Curci per l’1-0. Piero Angela ha già chiesto al figlio Alberto di preparare una puntata su come sia stato possibile tecnicamente per Peluso eseguire tale passaggio. E’ stato un caso o puro culo?

A questo punto tutto sembra facile ma la Juventus rallenta e Buffon è chiamato due volte da Diamanti: sulla punizione del capitano rossoblù il portiere della nazionale si distende bene in tuffo, mentre sulla fucilata da venticinque metri ci mette i pugni alzando in corner.

Conte non è tranquillo e studia le contromosse. Al 39’ ordina a Vucinic di simulare un infortunio e viene sostituito da Gliorente. Dopo una serie di tentativi dall’area del parcheggio antistante lo stadio da parte di Quagliarella, la Juve comincia a tessere azioni che non vengono finalizzate, ma servono a tranquillizzare il Bologna.

A inizio ripresa Pioli inserisce Laxalt per Perez e torna al 3-5-1-1 con Konè a dare una mano a Khrin nel cercare di disturbare Pogbà che non ha perso nessun contrasto a centrocampo contro i due. Il francesino non ha l’intelligenza calcistica di Pirlo, ma trovarselo davanti deve far ricordare gli incubi da bambini per l’uomo nero.

 

Diamanti scende sulla linea dei centrocampisti per cercare di far arrivare più palle giocabili in avanti. Purtroppo per il Bologna là davanti c’è Rolando Bianchi e la teoria non trova applicazione nella pratica. Se ne rende conto anche Pioli che a quel punto prova l’accelerata togliendo Garics per inserire Cristaldo e passare al 3-5-2 puro con Konè esterno destro e Diamanti mezz’ala d’attacco.

 

Conte non vedeva l’ora di adeguarsi e toglie subito Peluso e un peso sullo stomaco. L’occasione gli viene data da un’entrata inutile (in linea con il giocatore) che poteva costare il secondo cartellino giallo all’ex atalantino. Al suo posto entra Asamoà, anche non se ne accorto nessuno. Subito dopo, Conte ordina anche a Quagliarella di simulare dei crampi e così lo sostituisce con Tevez.

 

La partita si accende: al 72′ Gliorente, lanciato proprio da Tevez, si presenta davanti a Curci che a corpo morto salva fuori area. L’Apascie la prende bene e consola il compagno con un bel “Cabròn”. Sul contropiede Cristaldo e le sue treccine seminano tutta la difesa juventina e concludono con un rasoterra che passa vicino al palo. Conte non fa una piega e vuole che tutta la panchina si scaldi. Solamente un pronto intervento di Storari evita che Licchestain dia fuoco ai compagni.

 

Subito dopo Diamanti prova a mettere in moto Bianchi, ma non c’è bisogno nemmeno dell’autovelox per misurare la velocità del bomber. La palla esce sul fondo.

 

Al 34’ la Juve vicinissima al raddoppio. Antonsson (il figlio di Antonio n.d.r.) sbaglia l’anticipo su Gliorente e consegna il pallone a Marchisio, ma la conclusione all’incrocio dello juventino trova la grandissima risposta di Curci.

 

Al 37’ palla splendida di Diamanti per Morleo che anticipa di testa Isla, conclusione schiacciata che mette i brividi a Buffon. Conte chiede a Marotta se l’Inter è ancora interessato al cileno.

 

Al 41’ Tevez lancia magnificamente Gliorente ma lo spagnolo esita nella conclusione aspettando che Curci vada a terra. Il portiere non si fa sorprendere e rimanendo in piede neutralizza la conclusione dello spagnolo. Ancora una volta Tevez consola il compagno con un dolcissimo “Maricon”.

 

All’ultimo minuto, la Juve finalmente raddoppia: dal corner di Tevez, colpo di testa sul primo palo di Chiellini che dopo aver bruciato in velocità Natali sul taglio all’esterno mette alle spalle di Curci: 0-2.

 

Il Bologna ha fatto quello che ha potuto. Pur giocando senza centravanti, ha sfiorato il gol in due occasioni. Non è facile sostituire due giocatori come Gilardino e Gabbiadini. Non basta la tecnica di Diamanti che, se avesse anche un parrucchiere degno di tale nome, sarebbe un fuoriclasse.

 

La Juve porta a casa la 7 vittoria consecutiva e si porta momentaneamente a + 6 sulla Roma che giocherà durante il pranzo domenicale contro la Fiorentina. Martedì sera sarà di scena ad Istanbul per giocarsi il passaggio del turno. Basterà non perdere ma, conoscendo Conte, la squadra giocherà per vincere. E’ questo sarà il suo dramma. Soccimel.

 

Ipdà.