Fumare atterysce

Non è un gran periodo per John Terry, difensore-capitano del Chelsea e dell’Inghilterra di Fabio Capello. La sua squadra di club continua a faticare in campionato, dove i meccanismi impostati dal nuovo tecnico Villas Boas sembrano sempre più difficili da assimilare: sotto accusa c’è soprattutto la difesa, e di conseguenza colui che del reparto arretrato è il leader riconosciuto. E poi c’è un processo per insulti razzisti da affrontare a febbraio: il capitano del Chelsea è accusato di aver rivolto epiteti razziali nei confronti del giocatore del Queen’s Park Rangers Anton Ferdinand, e per questo motivo è stato chiamato a presentarsi davanti ai giudici.

L'immagine 'incriminata' ritrae, a sua insaputa, John Terry

Ma a parte le questioni di campo, dove Terry e il Chelsea non brillano da un po’ di tempo, ora per il capitano dei Blues c’è da affrontare un’altra fastidiosa vicenda. Senza volerlo, Terry è diventato il testimonial principale di una campagna antifumo studiata dal ministero della salute indiana e posizionata sui pacchetti di sigarette. Il giocatore, anche se in realtà le foto  non tolgono i dubbi, appare a torso nudo e decisamente poco definito, esattamente sul fondo del pacchetto vicino al messaggio “Fumare uccide”. Secondo quanto trapela dall’Inghilterra, i legali del difensore sarebbero sul punto di richiedere all’agenzia pubblicitaria un risarcimento per l’utilizzo improprio dei suoi diritti di immagine.

“Ci hanno chiesto che la vicenda venga chiarita al più presto — hanno fatto sapere tramite Ruters fonti che preferiscono rimanere anonime interne l’agenzia pubblicitaria -. Terry, tuttavia, non c’entra assolutamente nulla. E’ stata semplicemente una creativa idea pubblicitaria”. Fumare fa male. Anzi, atterrysce.

Ogni maledetta domenica

Huntington, contea di Cheshire, nord ovest dell’Inghilterra. La grande casa di campagna è avvolta nella nebbia, come ogni mattina. Sono le sette. Louise Speed si sveglia e non trova più il marito Gary accanto a sè. Scende le scale e va in cucina. Lo trova lì, appeso a una trave del soffito. Impiccato, senza nemmeno una riga che spiegasse il suo gesto.

Gary Speed, morto suicida a 42 anni

Togliersi la vita a 42 anni, dopo una bella carriera da calciatore ed una da allenatore che prometteva altrettanto bene. Lasciare una moglie, due figli e una marea di commenti sbigottiti nel mondo del calcio. Gary Speed aveva indossato le maglie di Leeds, Everton, Newcastle e Bolton. Lasciato il calcio giocato, aveva accettato nel dicembre 2010 l’offerta della Federcalcio gallese: allenare la nazionale dei Dragoni. Alla guida del Galles aveva centrato un filotto di 5 vittorie consecutive, ma alla fine la qualificazione a Euro 2012 non è arrivata: agli Europei sono andati gli acerrimi nemici dell’Inghilterra, inclusi nel loro stesso girone. Che sia stato questo il motivo del suicidio? Una motivazione che pare esagrata anche a noi che la formuliamo. Ma un motivo deve esserci, seppur nascosto, nascostissimo.

Speed aveva partecipato sabato a un programma tv della Bbc ed era apparso sorridente. Pochi giorni prima, si era incontrato con l’ex Pallone d’oro Michael Owen fuori da scuola, dove erano andati a prendere i figli insieme: “Fatico a credere che sia potuta accadere una tragedia come questa…”, la dichiarazione del giocatore del Manchester United. A lui si sono uniti altri grandi giocatori d’Oltremanica. Dall’ex compagno Robbie Savage (“Perchè? Perchè? Perchè? Non capisco”) a Ryan Giggs (“Sono devastato”). Anche il premier inglese David Cameron si è stretto ai familiari di Speed, che ha chiesto in una nota di essere lasciata in pace in questo momento molto delicato. Per il momento, come dichiarato dalla polizia inglese che ha aperto le indagini , non ci sono sospettati.

Lo scorso week end, l’arbitro d’origini iraniane Babak Rafati aveva cercato di uccidersi prima del match di campionato tedesco tra Colonia e Magonza. “Troppa pressione e paura di sbagliare”, ha spiegato il suo avvocato. Sempre in Germania, nel 2009 il portiere dell’Hannover Robert Henke si gettò sotto un treno. Lo scorso aprile Cheung Sai-ho, il goleador più veloce della storia, decise di buttarsi da un grattacielo di Hong Kong.

 

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Another brick in the Bridge

Le cose per il Chelsea non stanno andando bene. I Blues di Londra hanno cambiato allenatore, prendendo il giovane e rampante portoghese Andrè Villas Boas, ex tattico di di Josè Mourinho all’Inter. Il cambio da Carlo Ancelotti all’ex allenatore del Porto, volto dal ricco patron russo Roman Abramovich, non sta però portando i risultati sperati. Sia in campionato, sia in Champions League, dove il Chelsea rischia di essere eliminato al primo turno. Ma le cose non vano meglio neppure fuori dal campo. Anzi, intorno. Abramovich le sta provando tutte per costruire un nuovo stadio che gli renda più profitti (il calcio, si sa, è un’attività a peredere, tra costo dei cartellini dei giocatori e relativi stipendi). Ma i tifosi non ne vogliono sapere di lasciare il glorioso Stamford Bridge.

Lo Stamford Bridge, attuale dimora del Chelsea

Lo scorso fine settembre, il club londinese aveva annunciato l’intenzione di presentare un’offerta per riacquistare quelle parti di stadio vendute ai tifosi nel 1990. La costruzione della tribuna East Stand aveva inguaiato economicamente il Chelsea, a tal punto che ci si era rivolti ai tifosi per avere un mano. Si costituì allora la Chelsea Pitch Owners,  un’organizzazione no-profit che possiede la proprietà fondiaria assoluta dello stadio e i diritti di denominazione del Chelsea Football Club. I tifosi, ingolositi dalla possibilità di poter giocare in uno stadio nuovo che possa fare concorrenza al bellissimo Emirates Stadium degli odiati rivali dell’Arsenal, avranno sicuramente accetato. E invece no: l’offerta russa ha avuto l’ok solo del 62% dei soci dell’associazione, ma per essere approvata necessitava  del 75% dei voti. I supporter dei Blues non vogliono lasciare The Bridge, come lo chiamano affettuosamente da più di 100 anni. Lo stadio fu inaugurato nel 1877, ma fino al 1904 ospitò gare di atletica leggera. Dopo l’acquisto da parte dei fratelli Mears, l’impianto fu proposto alla squadra del Fulham, che rifiutò. Fu così fondato un nuovo club, il Chelsea, che potesse usufruirne.

È indubbio che le vicissitudini del Chelsea siano legate a doppio filo con il suo stadio. Una voce, in particolare, sostiene che Abramovich decise di acquistare la società solo dopo aver visionato (e apprezzato) l’impianto dall’alto del proprio elicottero. Una volta acquisita la società londinese, il magnate russo si è prodigato a circondare la struttura con altri edifici utili dal punto di vista turistico: due hotel a quattro stelle, alcuni bar, tre ristoranti, un palazzo per le conferenze, il museo e il negozio ufficiale del club, parcheggi sotterranei e un centro benessere. E la struttura, che attualmente conta 41mila posti, è stata al centro più volte di idee di ampliamento. Il problema è che la zona in cui si trova (Fulham Road, parte nevralgica del centro di Londra) rende difficile qualsiasi intervento diretto. Così, ecco l’idea (che già circola dal 2008) di un nuovo impianto da 60mila posti. Ancora l’area del possibile nuovo stadio non è stata resa nota. Inizialmente era stata indicata quella del Battersea Power Station, la centrale elettrica dismessa nel 1983 e ‘protagonista’ della copertina dell’album Animals dei Pink Floyd. Il presidente del club, Bruce Buck, si è poi affrettato a spiegare che il nuovo impianto non sarebbe stato troppo lontano dallo Stamford, per venire incontro ai tifosi. Che al momento, comunque, non gradiscono.

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